Intervista a Paolo Di Gioia

Abbiamo incontrato Paolo Di Gioia degli Eugenio in Via Di Gioia, batterista e percussionista venuto su a suon di swing, blues e tanto cibo!

Gli abbiamo fatto qualche domanda per cercare di capire l’evoluzione del loro progetto musicale dal punto di vista del seguito dei loro fans, un legame che parte dai primi concerti per le vie di Torino e che, giorno dopo giorno, raggiunge sempre più le sembianze di una vera e propria famiglia estroversa e gioiosa.

Ciao Paolo, partiamo dall’inizio. Gli Eugenio in Via di Gioia:  dal busking per le strade di Torino ad un contratto con l’Universal. Cosa è successo?

È successo l’impensabile per noi, dalla strada ai grandi palchi e l’attenzione dei media. Frutto comunque di 6 anni di duro lavoro che continua tuttora e deve essere così. Devi crederci, sempre.

Fare busking significa impegnarsi a fare qualcosa che attiri l’attenzione di gente che non è li per voi. Quali sono secondo te gli ingredienti che la musica deve possedere per essere calamita per orecchie?

Nel nostro caso non è la musica ad essere calamita, ma siamo noi 4 con le nostre facce e improvvisazioni teatrali. Naturalmente la musica fa il suo dovere, ma ognuno ha calamite diverse, perché la musica è versatile ed è soggettiva. Non ho una ricetta per la musica “acchiappa attenzione”.

Gli Eugenio in Via di Gioia sono un po’ una grande festa in cui c’è condivisione e affetto – non ho detto affettati, Paolo! – Ripercorri la vostra storia: cosa è cambiato nel rapporto con il vostro pubblico? E voi come vi siete evoluti nei confronti dei vostri fan?

Non è affettato?? Mannaia, avevo fame.

Il rapporto con il nostro pubblico è lo stesso degli inizi, forse è per quello che siamo sempre naturali. Ci piace avere il contatto diretto con il pubblico e mai erigere un muro fra noi e loro. È sempre stato così e speriamo sia sempre così.

Seguire gli Eugenio in Via di Gioia significa prima di tutto affezionarsi a voi quattro, ai vostri format come “cibo in tour” e poi alla vostra musica. La vostra musica sembra ricoprire quasi un ruolo secondario sui social. Tutto questo non rischia di spostare il focus dall’obiettivo principale: la qualità della vostra musica e gli spunti di riflessioni interessanti dei vostri testi?

I social ormai sono fondamentali e noi semplicemente siamo noi stessi. Non ci inventiamo nulla e sappiamo che la gente coglie anche gli spunti delle nostre canzoni. Il live poi ti chiarisce tutto. Musica e teatro che la fanno da padrona e si mescolano bene. Siamo sicuri che la gente sa cogliere bene la differenza.

Ritorno alla vostra evoluzione nel modo di fare musica – dal busking ad importanti palchi. Torino, immagino, ne sia stata la culla di questo percorso. Come interviene questa città a supporto dell’evoluzione di fare musica live di un gruppo? E quali sono gli ostacoli che si insinuano all’ombra della Mole?

Torino ci ha dato tanto e continuerà ad essere la nostra città. Ci ha sempre supportato e per noi è stata sempre un’ancora. Negli ultimi tempi abbiamo un po’ notato il calo di cultura della città e questo dispiace molto, perché sappiamo che Torino ha grandi potenzialità. Siamo sicuri che potrà risollevarsi.

Ritorno al pubblico. Ogni giorno abbiamo possibilità di accedere ad un botto di musica nuova e inesplorata. Questo, in qualche modo, ha rotto l’incantesimo dei primi anni 70 in cui l’uscita di un nuovo disco rappresentava quasi l’inizio di una serie di riti magici messi in atto per godersi il più possibile il risultato di un artista. Quali sono le vostre ansie ogni qualvolta che pubblicate qualcosa di inedito? Da artista cosa vorreste dire a chiunque si imbatte nella tua  musica?

Tanta musica in più e quindi tanta concorrenza in più. L’ansia c’è, perché oggi se sbagli un disco rischi di rimanere molto indietro. Il pubblico ormai è bombardato di musica nuova ogni momento e tu devi sempre stare sull’attenti. L’importante secondo noi è rimanere sempre se stessi, evolvendosi.

Cosa vorreste cambiare nel modo di diffondere la musica ai tempi delle piattaforme musicali?

Fare più ordine e magari non saturare troppo il pubblico perché si rischia veramente un arretramento a livello di ascolti. Solo moderare la diffusione musicale.

Grazie Paolo e buon appetito!

Vado a magnà na bella Amatriciana